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13/02/2018

Le luci della ribalta: Anna Pibiri e "Is amigas"

Di Marta Banditelli

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Wonder Women

C’è chi, nel mondo della fantasia, possiede il superpotere della velocità supersonica, o della forza sovraumana come Wonder Woman. Ma succede che invece, nella realtà, ci siano Wonder Women che sviluppano un altro genere di super potere: la capacità di donare un sorriso, un momento di spensieratezza e divertimento a chi ne ha perduto persino il ricordo.

La nostra Wonder Woman di oggi è Anna Pibiri, regista e sceneggiatrice della compagnia “Is Amigas” di Selargius(Ca), il cui “Super Powers team” di meravigliose attrici non professioniste è composto da Lisena Boi, Silvana Cogoni, Rita Contis,Norma Casari, Anna Mereu, Livia Marras, Maria Bonaria Leoni

Anna Pibiri è Insegnante elementare, ma ha sempre fatto la mamma. Il teatro l’ha vissuto attraverso l’esperienza dalle sue figlie, le quali fin dal primo anno delle scuole elementari hanno recitato in commedie scritte in sardo. Questa entusiasmante esperienza è stata altamente formativa per Anna. Nel corso degli anni ha appreso, studiato e fatto sue le modalità di preparazione di sceneggiature, copioni, adattamenti e recitazione. Le figlie sono cresciute, e progressivamente ognuna ha preso la sua strada, lasciando uno spazio vuoto da riempire.

A cinquant’anni Anna decide di iniziare a frequentare un centro di aggregazione, per aver modo di socializzare ed impiegare il suo tempo in modo creativo. Le attività proposte erano prettamente manuali, e lei, nel corso degli anni, di manualità ne aveva impiegata fin troppa, seguendo la casa e la famiglia. Era la mente che intendeva occupare, quella mente che reclamava le luci della ribalta, il momento di celebrare se stessa in un’attività artistica e creativa: si trattava di far lavorare il cervello non le mani. Anna non si arrende, e propone al centro di avviare un’attività ricreativa teatrale. Il resto ce lo racconta lei.

« In un primo momento le operatrici della struttura si mostrarono scettiche nei riguardi della mia idea. Non pensavano che il teatro potesse essere congeniale ai frequentatori abituali. Inoltre mi dissero che sarebbe stato necessario avere un regista. Mi proposi immediatamente. Mi misi al lavoro per produrre una sceneggiatura e dei copioni che fossero di facile apprendimento: dopo tutto eravamo in fase di sperimentazione. La risposta fu da subito entusiastica. Tutti parteciparono con passione e con piacere, e le animatrici riscontrarono un livello di socializzazione altissima. Facendo teatro si gioca, si porta una maschera, e sopratutto si può essere qualcun’altro, seppure per un breve lasso di tempo. Diventare per poche ore al giorno qualcun’altro significa poter idealmente poggiare per terra il proprio pesantissimo zaino di guai personali proprio li, all’ingresso della sala prove o dietro le quinte. Si cammina più leggeri, si acquisisce consapevolezza e autostima, e le soddisfazioni non tardano ad arrivare. Il mio più grande vanto è sapere di essere riuscita nell’intento di portar via le mie compagne dai loro problemi, anche momentaneamente. Attraverso il teatro ci si confida, ci si sfoga, si tira fuori la rabbia e la frustrazione repressa e spesso inespressa. Ho visto donne depresse rifiorire, donne oppresse, da un padre-padrone prima e da un marito-padrone poi, costruire la propria autostima: ho visto donne abituate a tenere gli occhi bassi riuscire finalmente ad alzare lo sguardo affrontando il pubblico. Questa è stata la mia vera vittoria.

Successivamente ho ricevuto l’ospitalità della parrocchia Opera Don Orione di Selargius per poter fondare la compagnia “Is Amigas”, ovvero la compagnia composta dal mio gruppo di ragazze reclutate al centro di aggregazione. Oggi siamo una realtà compatta, affiatata, seppur piccola e modesta.

Prepariamo spettacoli per case di riposo, parrocchie e R.S.A.(Residenze Sanitarie Assistenziali), strutture non ospedaliere ma comunque a impronta sanitaria, nelle quali vengono ospitate persone non autosufficienti. Sono spesso persone che hanno perso l’abitudine al sorriso, che siano degenti o famigliari dei degenti. Nelle case di riposo incontriamo spesso persone anziane, affette da demenza senile, morbo di Parkinson o di Alzheimer.Ricordano facilmente avvenimenti lontani nel tempo, istantanee sbiadite, questioni antiche, risolte o meno. Il teatro è terapeutico sia per noi che per loro. Quando mettiamo in scena i nostri spettacoli, scritti in sardo, rievochiamo in loro ricordi custoditi nella mente, e notiamo che seguono la trama con passione. C’è uno spettacolo che mettiamo spesso in scena: “Una gonnada che una sorri”(Una cognata che è come una sorella). Nella vicenda raccontiamo il rapporto burrascoso fra cognate, argomento che incentiva la partecipazione per l’uno o per l’altro personaggio, attivando la mente ed i ricordi, e stimolando il pubblico a ‘raccontarsi’.

Quest’avventura è nata dall’esigenza di esprimere noi stesse,dalla voglia di divertirci e star bene insieme, ed anche, lo devo ammettere, dal mio egocentrismo. Sono egocentrica, e stare al centro della scena è uno sfizio che mi sono voluta concedere. Ho voluto dimostrare a me stessa che sono davvero, come pensavo, un vulcano di idee, ed ho voluto provare alle mie figlie che davvero non è mai troppo tardi. Ho 62 anni, e sento di voler vivere l’apice prima della discesa. Voglio chiudere i miei occhi dicendo: “ sono soddisfatta di me stessa!”

Se avrete piacere potrete incontrarci domenica 18 Febbraio 2018 presso la basilica di S. Elena a Quartu S.E.(Ca), quando metteremo in scena lo spettacolo “Bell’est su giogu”(Bello è il gioco), spettacolo in lingua sarda incentrato sul tema della ludopatia. Replicheremo sabato 17 Marzo alla parrocchia di S. Paolo in pazza Giovanni XXIII a Cagliari. E prossimamente al festival letterario San Bartolomeo.»





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