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10/02/2018

La legge a servizio delle donne: Gemma Demuro

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Di Marta Banditelli

Wonder Women

Nei fumetti, in televisione, al cinema, Wonder Woman combatte il male in abiti succinti, mantello svolazzante e stivali tacco dieci.

Esistono, nel mondo reale, wonder women che combattono per la giustizia e contro la violenza. Si nascondono fra la gente, indossando giacca e valigetta, armate di codice civile e penale e di una gigantesca dose di coraggio.

Io ne ho incontrata una. Si chiama Gemma Demuro, avvocato e legale del centro anti violenza per l'unione dei comuni dell'Ogliastra .

Sempre più spesso si parla di femminicidio, e nella maggioranza dei casi, questo si configura come l'epilogo, annunciato, di continue e ripetute violenze subìte, accettate, giustificate dalle stesse vittime.

Gemma, quando hai cominciato ad affrontare questa tematica?

Ho iniziato ad occuparmi di bullismo e violenza sulle donne da appena laureata. Venivo guardata come un' aliena, ed ogni qualvolta affrontavo incontri informativi sul territorio la risposta era: “Da noi queste cose non succedono”. Da li ho cominciato a capire quanto fosse grande il taboo che era necessario superare.

Come inquadreresti la problematica della violenza sulle donne?

E' senz'altro un allarme sociale latente. Parliamo di reati che non arrivano all’omicidio, considerati giuridicamente “meno gravi” di quest'ultimo, ma non meno devastanti. Le vittime vengono martoriate da angherie fisiche, psicologiche ed economiche. Sono reati che minano la salute di queste donne e quella delle loro famiglie, e non finisce qui. Hanno un impatto devastante sui figli, bambini ed adolescenti, ovvero gli “adulti di domani”. Un ambiente famigliare violento, un atteggiamento vessatorio dell'uomo nei confronti della donna, costituisce un pericoloso deterrente per una condotta comportamentale deviata. La loro “normalità” è costellata di abusi, che tenderanno a reiterare nel tempo. Nasce anche da questi contesti il fenomeno del bullismo. Le ragazze testimoni di abusi non riescono a farsi valere in ambito domestico,fallendo nel tentativo di difendere la propria madre. Assistono impotenti, e si verifica fuori dalle mura domestiche un capovolgimento dei ruoli, per il quale sono loro stesse a diventare molestatrici.

Come interviene la legge a tutela delle donne e dei minori?

La normativa vigente mira alla repressione e sopratutto alla prevenzione. Negli ultimi anni sono stati fatti enormi passi avanti, ma la strada è ancora lunga, e le leggi possono essere migliorate. Rispetto allo stalking, la svolta è stata apportata dall'Onorevole Mara Carfagna, ministro per le pari opportunità del governo Berlusconi. Il disegno di legge in materia di atti persecutori viene introdotto con l’inserimento nel codice penale dell’art. 612-bis tra i delitti contro la libertà morale. Minacce, lesioni, molestie telefoniche, pedinamenti e comportamenti molesti sono vere e proprie torture debilitanti, capaci di togliere alla vittima l'equilibrio psicologico e fisico. L'avvocato Giulia Buongiorno, con l'associazione “Doppia Difesa”, sta portando avanti alcune proposte di legge che darebbero un aiuto significativo alle vittime. Si chiede che i fascicoli riguardanti presunti abusi in ambito famigliare abbiano una corsia preferenziale nelle aule di tribunale. Attualmente questa procedura è affidata alla sensibilità del capo ufficio . Rientrano fra i reati contro la persona, macro categoria giuridica. In questi casi il racconto dei testimoni è cruciale, ma trattandosi di reati commessi entro le mura domestiche è difficile che ci siano veri e propri testimoni. Fondamentale è il peso attribuito in sede di giudizio alla deposizione della vittima. Un'altra proposta di legge promossa dalla Buongiorno è lo “Stipendio anti violenza”, pensato per tutte coloro le quali temono di allontanarsi dal nucleo famigliare perché sprovviste di sostentamento economico. Importantissima è l'introduzione del reato di violenza assistita, a difesa dei minori che assistono ad atti di violenza perpetrati in famiglia. In questo senso le forze dell'ordine sono all'erta e solerti, e ricevono opportuna formazione, segnalando immediatamente il caso alla procura dei minori.

Quali sono i maggiori ostacoli che impediscono il soccorso delle vittime?

Spesso l'ostacolo maggiore sono le vittime stesse. La donna abusata è il migliore avvocato dell’aguzzino. Una donna inseguita attorno al tavolo dal marito, armato di coltello, giustificò l'accaduto dicendo che probabilmente aveva avuto una brutta giornata a lavoro. Un'altra giustificò una brutale aggressione sostenendo che il marito probabilmente era nervoso perché non aveva trovato subito parcheggio. Nel territorio dell'Ogliastra e del nuorese inoltre è pesantissima la piaga dell'abuso di alcol e droghe, che alterano lo stato psichico di queste persone, esponendo le vittime ad un terribile suplizio. In territori come questi incide enormemente il senso di vergogna. I maltrattamenti in famiglia non sono valutati in modo serio dalle vittime, e pensare di cambiare abitudini di vita nei piccoli centri è ancora più difficile. Venire a contatto con l'aguzzino, o con i suoi amici e parenti, è quasi inevitabile. Questi ultimi in particolare sottovalutano o non comprendono a fondo la situazione, fornendo informazioni costanti sulla vittima al carnefice.

Cosa sono i centri anti violenza e quale supporto offrono alle donne in difficoltà?

I centri anti violenza sono prima di tutto dei centri di ascolto. La legge regionale 8/2007 ne ha sancito l'istituzione su territorio sardo, e fanno capo al 1522, rete unica su territorio nazionale. Componendo questo numero telefonico alla vittima viene indicato il centro anti violenza più vicino, un luogo fisico nel quale può recarsi per ricevere assistenza, prima di tutto psicologica, poi logistica, materiale e legale. E' estremamente importante sottolineare l'aspetto dell' ANONIMATO. L'Anonimato è assoluta priorità del centro. Le donne devono sapere che qualunque cosa raccontino al centro non potrà essere divulgata al di fuori di esso, nemmeno alle autorità e nemmeno in casi in cui, onestamente, a noi operatori “prudono le mani”. Anche volendo, nessuno di noi, legali, assistenti sociali, psicologi, potrebbe denunciare a nome e per conto della vittima. La denuncia deve essere fatta dalla vittima stessa, e questo è il primo, imprescindibile passo da compiere. Assistiamo donne che hanno subìto pratiche sessuali non consenzienti, e spesso a queste scene vengono costretti ad assistere anche i minori. Non è difficile comprendere il pudore e la vergogna nel raccontare tali vicende a pubblici ufficiali. A questo scopo sono state create le “Camere rosa”, ambienti più accoglienti, raccolti e discreti all'interno delle caserme. Sono stanze confortevoli, a porte chiuse, nelle quali il personale femminile dialoga con le donne in difficoltà, mettendole a loro agio, per quanto possibile. Il centro anti violenza è dotato di numeri di telefono cellulare sempre attivi 24 ore su 24. Ogni centro ha la sua assistente sociale, la quale che non può divulgare alcuna informazione agli assistenti sociali esterni. I servizi sociali supervisori seguono l'iter delle denunce una volta presentate, e le vittime usufruiscono di assistenza legale gratuita. Sul territorio esistono delle case di accoglienza, le cui ubicazioni sono segrete anche agli operatori. Si tende a mandare le vittime lontano dai luoghi di provenienza, ed in casi gravi si salta il mare. Queste procedure devono imprescindibilmente essere attuate dopo la denuncia, in caso contrario, con la presenza di figli a seguito, si profilerebbe il reato di sottrazione di minore.

Come vengono finanziati i centri?

Il sole 24 ore, in riferimento ai dati del 2013, ha fatto una stima del danno economico provocato dalla violenza sulle donne , per le casse statali. Si calcola un costo pari a 17 miliardi di euro, calcolando cure mediche, assistenza sociale giorni di assenza a lavoro e via discorrendo. Per la sola violenza domestica, perpetrata quindi ai danni di un coniuge o di una persona legata da vincoli affettivi, si stima una spesa di 13 miliardi di euro, numeri da manovra finanziaria. Un calcolo cinico? Certamente, ma questo brutale conteggio ha agevolato lo stanziamento da parte dello stato di una considerevole cifra. Per il 2018 sono stati stanziati a livello nazionale 30 milioni di euro. La regione Sardegna, regione a statuto speciale, si è potuta concedere di aggiungere ulteriori risorse per combattere il fenomeno. I centri anti violenza, i cui operatori lavorano su base volontaria, usufruiscono di contributi e fondi privati e pubblici. In Ogliastra il centro è del tutto pubblico, finanziato da un fondo speciale della regione, e nel quale ogni comune dell’unione contribuisce attivamente.

In che modo la popolazione può attivamente combattere questo fenomeno?

L'educazione al rispetto è la base di partenza. Deve essere appresa e fatta propria: è un lavoro lungo quello che ci aspetta. E' una battaglia che certamente possiamo vincere, ma non senza il coinvolgimento degli uomini. Portiamo avanti progetti nelle scuole, campagne di sensibilizzazione ed ogni anno solenizziamo la giornata contro la violenza sulle donne. Quando sentiamo parlare di numeri in crescita dobbiamo gioire, e non scoraggiarci. Non sono infatti in aumento il numero dei reati, bensì i casi denunciati, e questo non può che essere un segnale positivo. Ciò che in realtà preoccupa è l'atteggiamento sessista della politica, dei media, della stampa, che continuano a connotare sessualmente ed attaccare le donne per il fatto di essere donne. Un politico donna, nel nostro paese, è prima di tutto una donna bella o brutta, avvenente o meno, e viene stigmatizzata e giudicata per questo, con epiteti spesso irripetibili. L'esempio viene sempre dell'alto, ed in questo la politica è purtroppo lo specchio del paese. Quindi, per tornare alla domanda, certamente aiuterebbe una maggiore attenzione al linguaggio, all'esempio, alla condotta personale. E' necessaria inoltre una maggiore attenzione da parte di chi sta attorno alle donne, amici, parenti, ma anche medici e infermieri al pronto soccorso. Esiste la possibilità di catalogare un caso sospetto come “codice rosa” in tutti i pronto soccorso. In fase di triage l' infermiere che dovesse accorgersi che qualcosa non va deve allertare il personale femminile in sede, che porterà la donna in una stanza confortevole, sicura, e lontana dal marito se è stato lui ad accompagnarla. L'approccio al colloquio non deve suggerire una risposta giustificatoria all'accaduto. La frase corretta non sarà quindi “Signora, quel livido sull'occhio se l'è fatto sbattendo sulla porta?”, ma “Signora, quel livido sull'occhio non sembra affatto un colpo accidentale: cos'è successo?” . In questo modo si crea il clima necessario al dialogo, nel quale la donna si senta a suo agio nel raccontare l'accaduto. Un campanello d'allarme, una lesione frequentissima e frequentemente sottovalutata, è la lesione al timpano. Le donne abusate riportano molto spesso questo tipo di menomazione, conseguenza del classico “schiaffone”. Sono donne che a trent'anni si ritrovano ad essere praticamente sorde, in quanto la lesione, non visibile a occhio nudo, spesso non viene curata tempestivamente, rendendo il danno irrimediabile. Prestare attenzione a questi segnali fa la differenza, in molti casi fra la vita e la morte, una morte prima psicologica che fisica. Se dovessi descrivere il sentimento che più caratterizza queste donne, sarebbe certamente la tristezza, ancor più che la paura. Sono donne rassegnate, che non vedono un domani all'orizzonte, tenute in vita unicamente dall'amore che le lega ai loro figli. Fosse per loro si lascerebbero uccidere dalla tristezza prima ancora delle botte. Per questo rimarco l'urgenza di estirpare questo male sociale, un fenomeno culturale prima che giuridico o amministrativo.





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