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22/05/2018

A Cagliari la VI edizione dell'Israeli Apartheid Week

Tre giornate di incontri informativi sulla violazione dei diritti umani in Palestina

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Di Irene Atzeni

Voce alle associazioni

La settimana scorsa si è tenuta la VI edizione cagliaritana dell’Israeli Apartheid Week (IAW), evento organizzato dal comitato Studenti contro il Technion in collaborazione con l’associazione Amicizia Sardegna-Palestina e BDS Sardegna, che si è concluso il 17 Maggio. Quest’iniziativa, che a livello mondiale è giunta alla sua XIII edizione, è volta a condividere, far conoscere ed espandere la consapevolezza sul regime d’apartheid che il governo israeliano perpetua sul popolo palestinese e le reali condizioni a cui questo è soggetto. L’edizione 2018 si è concretizzata come di consueto con una serie di conferenze, proiezioni e dibattiti, quest’anno ha visto la partecipazione di Mohammed Hassuna, art-activist ventisettenne proveniente da Gaza, e dell’avvocato Fausto Gianelli, appartenente all’associazione Giuristi Democratici, impegnata nella difesa dei diritti umani. Non sono inoltre mancate riflessioni riguardanti le ultime vicende di politica internazionale che hanno interessato la Palestina e, più in generale, il Medio Oriente

Ad aprire l’incontro del 9 Maggio è stato proprio il disegnatore grafico palestinese, che solo ora, dopo sei anni di tentativi per uscire da Gaza, è riuscito nell’impresa per portare una testimonianza diretta (che solitamente si configura con le pubblicazioni del suo lavoro artistico) delle restrizioni poste al suo popolo nel territorio in cui vive; dopo dodici anni di assedio, oggi nella striscia di Gaza (oramai ridotta a cinque km nella sua parte più stretta) non sono presenti tutta una serie di condizioni necessarie, se non ad una vita dignitosa, quantomeno alla sopravvivenza di un popolo. “È vietato l’ingresso di medicinali, alimenti e una serie di merci necessarie alla sopravvivenza, come materiale elettronico e edile per la ricostruzione delle case distrutte dai bombardamenti” spiega Hassuna evidenziando come il governo israeliano, decidendo di fatto cosa possa entrare o meno a Gaza, tenga strategicamente i cittadini del territorio sotto il livello di fabbisogno giornaliero necessario. “L’aggressione del 2014 durata cinquantuno giorni è stata la più devastante dal 2008, e ha comportato nuove restrizioni per l’ingresso di materie prime, ma anche per le misure di distanza dalle acque per i pescatori. Dal 2014 ad oggi le restrizioni sono aumentate ancora portando ad una vera e propria catastrofe umanitaria per via della mancanza di acqua potabile, prodotti alimentari e della distruzione delle strutture sanitarie”. Al di là del suo operato artistico finalizzato a mostrare ad occhi lontani ciò che succede a Gaza, Mohammed lavora come volontario in un campo profughi e partecipa attivamente alle lotte del suo popolo che sopravvive grazie agli aiuti umanitari: “a Gaza non si vive, si sopravvive”.

L’artista ha, tra le altre cose, partecipato al primo venerdì di protesta della Marcia del ritorno, cominciata il 30 Marzo 2018. Si tratta di una manifestazione pacifica con la quale i palestinesi reclamano il diritto a tornare nei territori nei territori da cui sono stati scacciati in occasione delle guerre del 1948 e del 1967, e denunciano il blocco imposto sulla Striscia di Gaza, che si configura oramai come una vera e propria prigione a cielo aperto. Infatti, se Mohammed è riuscito a portare la sua testimonianza fuori da Gaza in maniera fisica, questo non è avvenuto senza difficoltà: “In sei anni di tentativi, questa è la prima volta che riesco a uscire da Gaza poiché ogni visto è scaduto per via del valico chiuso. Il valico apre per un mese all’anno, e una volta fuori il viaggio è complesso. Da quando sono uscito il 14 Aprile sono arrivato al Cairo solo il 18 aprile: un tragitto di 300km costellato da blocchi stradali in cui vengono effettuati minuziosi controlli da quattro ore l’uno, in condizioni normali necessiterebbe otto ore di viaggio, io l ho percorso in quattro giorni. Ai controlli sono poste pesanti restrizioni che hanno creato difficoltà a me che sono giovane e non ho particolari esigenze, immaginate la sofferenza di anziani, malati e donne con bambini che son costretti a subire queste condizioni”. La manifestazione di 46 giorni ha avuto il suo culmine il 15 Maggio, giorno del 70° anniversario della nascita dello Stato d’Israele, in cui i palestinesi celebrano settant’anni di Nakba, la catastrofe palestinese che ha visto l’espulsione di 750 mila persone dalle loro città e dai loro villaggi. L’esito finale di questa protesta è stato brutale: secondo i dati rilevati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dal 30 Marzo al 25 aprile sono stati 40 i palestinesi uccisi, 5.511 i feriti. Tra le altre cose la repressione della protesta da parte dell’esercito israeliano ha visto l’impiego di cecchini, per allontanare i manifestanti dalla linea di confine, e l’utilizzo dei cosiddetti “proiettili farfalla”, il cui impiego è vietato dalla Convenzione dell’Aia del 1988, che esplodono con il fine specifico di mutilare i bersagli.

Ad aggravare una vicenda già di per sé tragica, la politica militare israeliana è attuata impunemente e nascosta da un velo di festeggiamenti e celebrazioni per i settant’anni di vita dello stato d’Israele. Infatti se la comunità internazionale è rimasta muta e cieca di fronte al recente massacro, non sono mancati atti di riverenza da parte dei Paesi occidentali nei confronti d’Israele: mentre il presidente americano Trump dichiarava lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, l’Italia ha onorato i settant’anni d’Israele con il Giro d’Italia. La manifestazione sportiva, che rappresenta uno degli avvenimenti più importanti del ciclismo italiano, è iniziata proprio a Gerusalemme il 4 Maggio e si concluderà a Roma il 27 dello stesso mese. Nonostante la campagna Cambia Giro lanciata dal movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), per esortare il governo italiano a prendere una posizione in relazione ai crimini israeliani, il Paese ha mantenuto la sua posizione nel far partire la competizione sportiva da Gerusalemme (con successive tappe a Haifa, Tel Aviv e nel Negev), e decidendo di non rifiutare i finanziamenti israeliani all’evento. Nonostante lo sforzo di far restare lo sport una realtà disgiunta dalla politica, questo Giro d’Italia ha costruito una sorta di propaganda mediatica in grado di censurare l’azione israeliana in Palestina, evidenziando come l’Italia non costituisca una parte neutrale, bensì un concreto sostegno al governo che in passato si è esplicitato anche attraverso manovre congiunte da parte dei due eserciti.

L’Israeli apartheid week, organizzata in più di 200 città nel mondo, fa parte di una serie di azioni a scopo informativo e di boicottaggio nei confronti di Israele, unica arma di supporto alla popolazione palestinese nella difesa dei diritti umani che si vedono negati. Il tema del boicottaggio, dei diritti democratici e della tutela dei diritti umani è stato affrontato durante il secondo incontro dell’IAW, tenutosi il 14 Maggio presso l’Università di Cagliari. Durante la presentazione del Dossier “Il diritto al boicottaggio”, a cura dell’avvocato Fausto Gianelli dell’associazione Giuristi Democratici, si è discusso circa la pericolosità della compressione dei diritti che tutelano la libera espressione e manifestazione del pensiero nel nostro Paese, nello specifico del diritto di boicottaggio. Le argomentazioni a difesa di tale diritto non hanno tirato in ballo elementi di tipo etico e morale, ma hanno fatto perno sul concetto di democrazia sostanziale e sulla sua incompatibilità con la negazione del libero esercizio del boicottaggio. Ma non solo, infatti, la questione riguardante la democraticità di determinate pratiche è stata oggetto di un’ulteriore argomentazione: il fatto che Israele rappresenti per il mondo occidentale un partner, in qualità di Paese democratico situato nel Medio Oriente, non può far sì che all’interno del sistema democratico italiano questo si traduca nella compressione della libertà d’espressione funzionalmente alla sicurezza di un altro Paese. Inoltre dal momento in cui detenzioni amministrative e tortura fanno parte di prassi comunemente utilizzate dalle corti militari israeliane, il suo sostegno incondizionato da parte dei Paesi occidentali risulta un fatto ancor più grave in relazione alla salvaguardia dei diritti umani e civili sul piano internazionale. Ribadendo l’apoliticità della questione, l’intero incontro ha visto svilupparsi il tema dei diritti civili e umani e della necessità della loro tutela da un punto di vista prettamente giuridico, per preservare l’integrità dei principi democratici sia sul piano interno che su quello internazionale. L’avvocato, in tema di diritto al boicottaggio, ha infine rammentato che “il diritto internazionale e il rispetto dei diritti a livello mondiale devono sì essere difesi dal basso, ma è anche necessario facciano parte dell’agenda politica dei Paesi democratici”.

Libertà d’espressione e boicottaggio restano tuttavia argomenti spinosi quando viene tirata in ballo la questione dei territori occupati in Terra Santa e ciò risulta ancor più evidente quando il tentativo di esercizio di tali diritti proviene, per così dire, “dal basso”. Un esempio che ben si presta ad esplicare la criticità della situazione è quello della campagna studentesca di boicottaggio accademico Studenti contro il Technion nata, contemporaneamente a Cagliari e Torino nel 2016, in supporto alla campagna Stop Technion lanciata da docenti, ricercatori e dottorandi italiani per richiedere la cessazione delle collaborazioni universitarie con l’accademia israeliana. L’istituto Technion di Haifa se da un lato per alcuni studenti e accademici può rappresentare un’opportunità di scambio, essendo l’istituzione israeliana più rinomata per le scienze applicate, dall’altro costituisce una forte causa di preoccupazione per studenti e accademici, in quanto svolge attività di ricerca e sviluppo di tecnologie militari poi impiegate dalle forze di sicurezza israeliane nell’occupazione illegale dei territori palestinesi. L’iniziativa, che è sorta in risposta all’appello lanciato dalla società civile palestinese nel 2004 per richiedere il boicottaggio delle istituzioni israeliana come contributo non violento alla lotta palestinese, ha contato l’adesione di circa 400 accademici e costituisce una realtà in espansione in altre città d’Italia. “Sosteniamo il diritto al boicottaggio in quanto in Israele esiste una collaborazione pianificata tra le accademie, il governo e l’apparato militare. L’istituto israeliano ha inoltre svolto un ruolo chiave nel nascondere al mondo intero i crimini e le violazioni del diritto internazionale commessi da Israele, diffondendo l’immagine di una democrazia illuminata che eccelle nelle arti e nell’innovazione tecnologica” ha spiegato Alessia, un’attivista del coordinamento. Quest’anno per la sesta volta l’IAW si è svolto a Cagliari proprio all’interno degli spazi universitari, ma come negli anni passati l’organizzazione dell’evento ha visto lo sviluppo di non poche problematiche: “ancora una volta non ci son stati concessi i permessi per le aule, anche se questa volta non ci son stati negati ufficialmente. Due anni fa gli spazi sono stati negati provocando una forte reazione degli studenti e un’elevata partecipazione all’evento proprio per questo tentativo di metterci un bavaglio. L’anno scorso per evitare problemi hanno deciso di concederceli, mentre quest’anno è stata adottata un’altra tattica; invece di negare le aule esplicitamente hanno deciso di non rispondere e temporeggiare fino al giorno dell’evento, per far sì che l’evento si tenesse ancora una volta abbiamo dovuto occupare”. È ancora Alessia a fare luce, non solo sulle pesanti implicazioni riguardanti gli accordi di collaborazione tra Università di Cagliari e l’accademia israeliana, ma anche sull’importante questione della negazione dell’esercizio del diritto di boicottaggio: “Ciò che ci lascia molto amareggiati è il comportamento dell'Università di Cagliari che, noncurante delle posizioni studentesche, ha spalancato le porte agli investimenti israeliani stringendo nuovi accordi di cooperazione con altre istituzioni israeliane, di fatto rendendosi complice del progetto sionista […] Come studenti riteniamo sia inaccettabile che la nostra Università collabori con istituzioni complici nella violazione dei diritti umani”.





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