Lo spiraglio del tramonto z ';
09/03/2018

Lo spiraglio del tramonto

422

Di Diego Cocco

Il giardino dei sei colpi

Cesare Pavese, tra vortice e speranza

Morte. Il gran finale. Con o senza stile? Il ruolo determinante è in mano al protagonista e al suo rapporto con l’Oscura Signora. La mente di superficie non si pone il problema e prosegue il cammino fino alla caduta improvvisa. La mente ricettiva comincia a farsi le giuste domande a una certa età, quando si accorge che l’orologio sta cigolando e le lancette sono arrugginite. Il poeta ha un rapporto quotidiano con la morte, forse ad un certo punto ha capito che la vita è semplicemente il suo riflesso lucido e illusorio. Il poeta si muove per non restare fregato e intavola generosi proclami di auto – convincimento. Il poeta ha paura, il poeta sente il bisogno di marcare il suo pensiero sul foglio, come se si stesse guardando allo specchio. Uno specchio che rimanda l’immagine esatta della sua condizione precaria e sfinente. Cesare Pavese ci ha lasciato una delle versioni più plausibili dell’aspettativa umana.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

(…)

 

L’occhio trasmette immagini di abitudinaria realtà, la mente le registra e predispone una reazione adeguata. L’occhio interiore osserva l’anima e il senso dell’essere, a volte si chiude per evitare l’orrore, in alcuni impavidi casi si ostina a rimanere aperto per non farsi scappare niente: colori e ombre, La Spiegazione, il risultato appagante.

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” - 22 marzo 1950

 

 

È perché non mi resta altro da fare.

Anfetamina da sostegno scambiata per poesia

dedicata al mio povero stato di membro

urlante e inadatto,

mentre

provo a ricercare altri attimi

mentre la stonatura diventa classica

mentre la roba cattiva per morale sgorga

dalle narici dei deboli.

Sono triste. Sono un compagno separato.

Sono nome

voce

polvere convogliata verso

l’invertibile,

e la mia serietà,

il mio imbarazzo,

i miei riferimenti

mi costringono

a rimanere fra queste righe,

a studiare il mondo

allontanandolo a riprese

sofferenti,

a morire insieme alla sua

leggerezza

tasto dopo tasto.

 

 

Il cerchio vitale sembra chiudersi senza lasciare spazio all’infiltrazione del dubbio. Nascita, presa di coscienza, decadimento e resa finale. L’uomo ci aggiunge del suo per anticipare i tempi: conosce ottimi metodi per condizionare la morale e svanire lentamente dentro il suo stesso essere.

 





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