In compagnia di una notte crudele ';
30/03/2018

In compagnia di una notte crudele

650

Di Diego Cocco

Il giardino dei sei colpi

P.o.e.s.i.A.

Lunedì, ore 6.30 del mattino. La sveglia inizia a suonare. 6.30 e dieci secondi, accendo la luce. 6.32, ancora otto minuti, la distanza che impiega il sole a presentarmi il suo fuoco. Io sono il buco nero addormentato al centro della galassia.

6.35, è lunedì. Céline, Anderson, Bukowski. Loro ce l’hanno fatta.

Ore 6.38, anche Ginsberg e Fante. Ancora due minuti. Ore 6.40, lunedì. Mi divincolo dal tepore delle coperte, infilo le ciabatte, sono in piedi.

C’è una stufa da accendere

perle da coccolare

un capretto da allattare

cinque galline ovaiole con cui scambiare un cupo buongiorno

cane straordinario in cerca di pallina colorata

gatto adorabile che non condivide questa assurda frenesia

e i miei occhi, uno ancora chiuso e l’altro puntato sull’orologio. Tic. Tic. Tic. Conto alla rovescia per catapulta. La realtà consumatrice è lì che aspetta, dentro i clacson di altri umani consapevoli o no,

sotto il pedale dell’acceleratore

nella loro tazzina

nella sigaretta lanciata dal finestrino.

Realtà spietata, prima antagonista degli allegri saluti di facciata. Il quadro è pronto e bisogna soltanto resistere.

 

 

Questo è il sasso a forma di noce dell'umanità

nascosto per sviare gli interessati,

sono perso in questo fumo

e ho paura di farmi sentire

per quello che sono mentre la macchina svolta a sinistra

e mi guida davanti a un palazzo

con le luci spente;

parlo di politica di orientamento sessuale

d’incolto menefreghismo

quando la città dorme

conto Italia alla rovescia piegato

dal desiderio del giorno

quando la città dorme sento il suo vero respiro

la fenditura contratta,

sei un grande poeta, dice qualcuno,

ma questo non serve a rimanere in equilibrio

se mezza dozzina di precipizi mi chiamano

quando la luce è spenta

quando la città dorme e una donna rimane sveglia

per scegliere i pantaloni da indossare il giorno seguente,

i grandi problemi da appendere al filo

ma non vorrei svegliare nessuno

contando i lampioni

contando le frasi morte in bocca

lampioni in file di quattro parole

agglomerati abbandonati

alla loro spaventosa nudità.”

 

 

 

 

Mi piacciono i contrasti, credo ci rendano più umani. Per questo scrivo poesia.

 

Appare il fantasma a tutti i costi

appena scritto con timore da un’altra parte,

dice che la lingua ha perso la voglia di leccare

dice che è un uomo sotto controllo

perduto

solo

triste con una pastiglia in mano fatta a forma

di merda di capra.

Appare il suo fantasma a tutti i costi

senza ringraziare

e si avvicina a grandi balzi,

paura

paura schedata in un anno

di psicoanalisi sprecato per insegnare

qualcosa di buono allo specialista,

come schiena staccata dalla sedia

di venticinque centimetri

in modo da farsi trovare pronti

lasciando da parte priorità e pace.

Mi mordo

per le mie pretese

mi mordo quando rientro

nelle categorie da stampato commerciale

meglio la merda di capra

meglio impiccato con una lettera

codificata in mano,

il mio cuore il mio cervello

soltanto mio

a dondolare con spirito originale,

con il dannato

spirito originale lasciato a seccarsi

senza vergogna.”

 

 

Ore 23.30, guardo quello che ho raccolto e cerco di dividere i cocci preziosi dalle scorie: non sempre ci riesco. L’acqua della doccia purtroppo ripulisce soltanto la superficie. Comunque sono qui, più o meno triste e più o meno felice, pronto ad annusare di nuovo il profumo lacerante delle parole.

Un profumo che azzera e consola.

 

 





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