Dino Campana e la febbre elettrica del verso ';
16/03/2018

Dino Campana e la febbre elettrica del verso

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Di Diego Cocco

Il giardino dei sei colpi

Righe in fuga

Cosa andiamo cercando? La festa si è rivelata un bluff costruito piuttosto bene, gli invitati hanno deciso di dividersi le camere da letto. C’è chi si diverte a diventare un numero in più nell’orgia quotidiana e chi si è raccolto in preghiera per rimediare all’assurdità della messa in scena.

In mezzo tanta rabbia, amore rivelato come purificazione, notti e giorni più o meno digeribili.

Un uomo si avvicina e lancia il telefonino contro la parete: urla lamentandosi di vecchie fregature ricevute in cambio di fiori dallo stelo reciso.

Una donna accetta il dono delle sue figlie e decide di fermarsi a cenare, almeno per una volta tutte e tre insieme. Amore colorato nei missili e nelle forme ridicole delle bombe a tempo, perché la pace si diverte a richiamare in fretta l’entropia. Una legge fisica ci costringe ad accettare guerre estemporanee, guerre interiori, guerre fratricide da cui è impossibile uscire indenni.

Io sono Dino Campana, io voglio vivere nel suo fronte utopico, in mezzo alle onde evocate da uno stile libero e perennemente in fuga.

 

O poesia poesia poesia

O poesia poesia poesia

Sorgi, sorgi, sorgi

Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.

Sfrenati dalle elastiche silhouettes equivoche

Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso

Sopra l’anonima fucileria monotona

Delle voci instancabili come i flutti

Stride la troia perversa al quadrivio

Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino

Saltella una cocotte cavalletta

Da un marciapiede a un altro tutta verde

E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram

Silenzio – un gesto fulmineo

Ha generato una pioggia di stelle

Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso

In un mantello di sangue vellutato occhieggiante

Silenzio ancora. Commenta secco

E sordo un revolver che annuncia

E chiude un altro destino.

 

 

Poesia facile

 

Pace non cerco, guerra non sopporto

Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno

Pieno di canti soffocati. Agogno

La nebbia ed il silenzio in un gran porto.

 

In un gran porto pien di vele lievi

Pronte a salpar per l’orizzonte azzurro

Dolci ondulando, mentre che il sussurro

Del vento passa con accordi brevi.

 

E quegli accordi il vento se li porta

Lontani sopra il mare sconosciuto.

Sogno. La vita è triste ed io son solo.

 

O quando o quando in un mattino ardente

L’anima mia si sveglierà nel sole

Nel sole eterno, libera e fremente.

 

 

 

La rabbia è per i deboli. L’amore è per i deboli. Impossibile respingerne l’assalto con la sola forza dell’animo umano. Siamo costretti a goderne prima e a cadere poi, senza alcuna possibilità di rivalsa

se non quella di aspettare impazienti il prossimo terremoto di emozioni.

 

 

Quattro giorni da semi – sopravvissuto

a centinaia di elmetti di vecchie guerre

mi hanno lasciato una possibilità:

il tessuto sociale strappato con numeri

e inclinazioni. Ora ho tagli nelle mani

e un anello di alluminio

lavorato sottoterra con due iniziali

che ne descrivono l’arte fangosa.

A. T.

Non sono degno di processare

il diluvio di cuori e proiettili

che l’hanno attraversato più di cento anni

fa,

ho indossato la sua ironia perversa

per ricevere

nausea laboriosa da mentecatto agiato,

viziato da questa esistenza senza verso

a cui sono stato regalato

o scambiato

o tradotto come una grossa e ruggine bomba

inesplosa.

Adorano la mia eleganza e i miei cambi

mentre l’insicurezza diventa un mantello

di rana

buono a nascondermi dagli spari

e dalla verità,

senza vermi nelle scarpe

senza pelle nera dal fumo

senza la stolta volontà di ritornare a casa,

ma con la stessa paura.





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