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02/02/2018

Ah, il dono di saper urlare

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Di Diego Cocco

Il giardino dei sei colpi

Allen Ginsberg e la poesia stupefacente

 

Non credo molto nel sistema umano. Sono pessimista, vedo soltanto nebbia fitta e l’ombra dell’individuo, l’agognato prossimo che si affretta a spegnere le luci rimaste per paura di sprecarsi.

Il mondo della scrittura, se possibile, è ancora peggio. Pseudo – poeti e psycho – scrittori cercano la gloria producendo e scambiando merda per arte approssimativa.

“Sono il divo della letteratura del nuovo millennio”

“Ciao, divo della letteratura del nuovo millennio, quali sono i tuoi autori preferiti?”

“Io… io non leggo. Io scrivo. Roba di cualità.”

“Scusa, messia, hai scritto cualità.”

“Cualità, mica robaccia. Il mio genio verrà compreso fra cento anni.”

“Vieni, genio, lascia che ti abbracci.”

 

Sono convinto che uno scrittore dovrebbe parlare soltanto tramite la sua tastiera. Il giudice supremo, il boia incaricato dell’esecuzione, l’ultima sigaretta sincera.

 

L'identità è consacrata in un sigaro che si consuma

in modo non uniforme, c'è silenzio e i rapporti

si sono trasformati in piccole palline di ghiaccio,

chiamami

ci sentiamo presto

parlo sottovoce perché sento di essere spiato da qualcosa

che non ha niente a che vedere con la letteratura:

sembra una rana storpia

sembra un sasso che si muove lentamente

sopra la mia testa per tendermi l'agguato del secolo,

le parole mi saltellano intorno quasi a deridermi,

non c'è Grazia se non in quello che vorrei fare,

sono polvere e devo adeguarmi a questo stato,

coperto dal muschio collaudo l'oscura facoltà

di trasmettere

mentre Giuda è in cerca della mia bocca

mentre la pagliuzza dell'occhio vorace aspetta sotto il tavolo,

palo d’acciaio vecchio controsenso sulla distesa bianca

mi permette di tirare il fiato,

è la propensione all'indifferenza la sofisticata tortura.

Cambio affetto senza voler parlare

cambio affetto senza voler cambiare

una ripetizione tesa con significato diverso ma che porta energia,

annuso strabiliato lo stato dell'umanità in mezzo alle gambe del futuro

avviluppato dentro una stanza d’ospedale

seguo le carrozzine

il loro lento cigolare si fermerà e qualcuno avrà vinto,

anche l'italiano perfetto che non si arrende per solidarietà ,

se è vero che le assenze incolmabili si colmano

con il potere della poesia

allora oggi…

 

Allen Ginsberg

 


Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte ad acqua
fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated
e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate bruciando denaro nella spazzatura
e ascoltando il Terrore attraverso il muro
Ho visto le migliori menti della mia generazione che mangiavano fuoco in hotel ridipinti
o bevevano trementina in Paradise Alley, morte, o si purgatoriavano il torace
notte dopo notte con sogni, con droghe, con incubi a occhi aperti, alcol e cazzo e balle-sballi senza fine,
che vagavan su e giù a mezzanotte per depositi ferroviari chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati,
Ho visto le migliori menti della mia generazione
che trombavano in limousine col cinese di Oklahoma su impulso invernale mezzonotturno illampionata pioggia di provincia,
che ciondolavano affamate e sole per Houston cercando jazz o sesso o zuppa,
e seguivan quel brillante spagnolo per conversar d'America e d'Eternità, tempo sprecato…”

(Dall’incipit di “URLO”)

La trappola del sistema umano. Mi guardo intorno, quello fuori posto sono io. Respiro la nebbia, sbuffo, cammino lungo la via tracciata dal mio pensiero. Una, due sagome di corpi si muovono in lontananza oltre la tenebrosa siepe – labirinto. Grazie anche al lavoro di Ginsberg mostro il ghigno all’isolamento: sono in grado di farlo, almeno in questo giardino.





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