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14/02/2018

Monologo di uno scrittore innamorato: i libri, Napoli e Francesco Delle Donne

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Di Marta Banditelli

Creativi sommersi

«Quando a scuola arrivava il giorno del compito in classe di Italiano, il cosiddetto Tema, io ero sempre nervoso. Sapevo che il mio voto sarebbe stato per lo più mediocre, quando non proprio insufficiente. Il motivo era che, secondo la mia professoressa, infrangevo l’unica regola irrinunciabile per quella forma di esame: uscivo “fuori tema”, per l’appunto, avventurandomi in digressioni e considerazioni a margine che lei riteneva improprie. Eppure non riuscivo ad accettare il principio secondo il quale eravamo costretti a esprimerci entro i binari di un’argomentazione piatta e irreggimentata, impossibilitati a valicare, seppure con brevi parentesi concettuali, il confine angusto del soggetto scelto per noi (o, addirittura, nonostante noi).

La passione per la scrittura è nata (o, meglio, si è rafforzata) il giorno successivo al mio diploma, quando finalmente nessuno ha più potuto calcare a penna rossa la scritta “Fuori tema” sul retro del mio compito in classe.

All’Università mi laureo in sociologia. La mia tesi, in sociologia della metropoli, dipinge Napoli, la mia città, come “città purgatorio del terzo millennio”.

E’ una tesi in cui passo in rassegna i topos più ricorrenti dell’immaginario napoletano, mostrando che spesso non si tratta affatto di elementi radicati nella storia di Napoli e nei suoi reali costumi, ma solo (o quasi solo) di un accozzaglia improvvida di scadenti luoghi comuni diffusi e amplificati dal sistema mediatico, e spesso riciclati a fini consumistici, quando non propagandati come un alibi per occultare ben altre miserie nazionali.

Identificarla come la città purgatorio del terzo millennio aveva ed ha diversi significati. Principalmente ritengo che Napoli non sia l’inferno che a volte viene narrato, ma certamente nemmeno quel paradiso perduto di crociana memoria. Io la vedo come un caotico purgatorio in cui si incontrano e scontrano anime in via di redenzione, colpevoli e innocenti, vittime e carnefici che a seconda delle prospettive si scambiano di posto.

La dicitura “Terzo millennio” all’epoca voleva sottolineare la strana forma di avanguardia rappresentata da Napoli in Italia e nel mondo. Avanguardia nel teatro e più in generale nella cultura (basti un elenco dei migliori scrittori, artisti, giornalisti e critici italiani) e, al contempo, avanguardia “negativa” per eccellenza. Si pensi al fenomeno spazzatura o alla malavita 2.0 del cosiddetto “Sistema”, fiori neri sbocciati a Napoli prima che altrove, ma che, vent’anni dopo e in forme almeno altrettanto cruente, sono affiorati in altre città italiane e del mondo (ricordo ancora le riflessioni del professor Abruzzese sul tema). Viviamo in una società complessa, dunque è necessaria una cartina al tornasole almeno altrettanto verace e complessa per interpretarla, e interrogarsi lucidamente sulle possibili soluzioni. Napoli è tutto questo.

Devo tutto a Napoli, il bene e il male.

Napoli può essere una madre affettuosa o una matrigna rancorosa. È un po’ Cenerentola, e un po’ puttana. Dipende da tanti fattori. E i miei sentimenti nei suoi riguardi oscillano dall’odio più radicale all’amore più tenace.

Se me ne allontano, aumenta esponenzialmente la voglia di raccontarla al resto del mondo, e a modo mio; se ci ritorno, i sentimenti che abitualmente coltivo standone distante rischiano presto di essere spazzati via da ondate di nuova rabbia e vecchia frustrazione, malinconia e senso d’impotenza. È una contraddizione inestinguibile e abbastanza dolorosa, certe volte anche fonte d’ispirazione.

Napoli, Napoli. Penso, rifletto e scrivo.

Scrivo, nel 2017, una silloge di racconti edita per La Scuola di Pitagora Editrice: “I Durmienti”.

Potrei dire che sono una parte di quelle anime del purgatorio di cui parlavamo. Ma in realtà è la parte della speranza, quella per cui è augurabile un risveglio, ancorché tardivo.

Dùrmiente è chi sa, ma è convinto di non sapere, oppure ha scelto consapevolmente di fingere di non sapere, di chiudere gli occhi, chinare il capo e proseguire. Oppure chi si è assuefatto a una realtà che sembra invischiata in un tempo parallelo e imperfetto, come in una distopia alla Philip Dick.

Non nego quindi che la scelta del termine contenga una certa critica allo stato di generale dormiveglia, alla mancanza di reazione e di risveglio delle coscienze da troppo tempo addormentate.

Dorme, di un sonno eterno, anche Ercolano, città di fantasmi e di Enzo, protagonista del mio “La città morta”, romanzo edito da Il Seme bianco Editore.

Enzo ama la sua città, meglio ancora ne è parte integrante, almeno finché non capisce che questo senso di appartenenza, per le ambizioni che coltiva, rappresenta un enorme handicap e una zavorra di cui è bene disfarsi. Questo significa anche slegarsi dal proprio passato e rinnegare, in buona parte, le proprie radici. L’unica soluzione che trova è allora quella di reprimere interamente la sfera affettiva, trasformandosi in un glaciale esecutore dei propri piani.

Ma reprimersi è una soluzione rischiosa, c’è sempre l’eventualità che, presto o tardi, i nodi vengano al pettine generando reazioni incontrollate dalle conseguenze nefaste.

 

I libri li scrivo, ma principalmente li leggo, spesso per mestiere. Sono revisore di testi per Mondadori, Zanichelli, Bompiani e La Nave di Teseo

Se dovessi rivolgermi a un venti-trentenne tipo che in Italia si accosta alla scrittura, gli sottoporrei alcuni fondamentali quesiti. Per cominciare bisognerebbe:

(Punto uno) capire perché vuole approcciarsi alla scrittura e se ritiene di avere gli strumenti culturali sufficienti;

(punto due) sapere se ha passato almeno dieci anni della sua vita a leggere minimo un libro alla settimana, di cui almeno la metà classici;

(punto Tre) sapere se ha trascorso almeno dieci anni a scrivere tutti i giorni (post su Facebook esclusi) tra noia, fatica e senso di frustrazione, con l’umiltà e la disciplina di chi si esercita per acquisire gli strumenti appena necessari a comunicare decentemente, e di sicuro non per la smania di soddisfare un ego ipertrofico pubblicando a proprie spese un lavoro mediocre.

Superati i primi punti, gli suggerirei di meditare ancora qualche tempo per prendere consapevolezza del fatto che, se davvero ha intenzione di dedicare, in modo serio e onesto, la propria esistenza alla scrittura, allora con ogni probabilità la vita sarà durissima (a meno di non essere ricchi ereditieri), e nemmeno un buon successo editoriale (che in Italia equivale a vendere all’incirca mille copie) gli assicurerà la sopravvivenza (e, men che meno, una qualche forma di riconoscimento).

A quel punto, se uno è ancora così folle e masochista da volersi ostinare a scrivere nella remota speranza d’essere letto, amen. Significa che il suo caso è davvero irrecuperabile, proprio come il mio.

Avendo pubblicato una raccolta di racconti e, appena due mesi dopo, un romanzo, me la prendo comoda. Butto giù racconti alla rinfusa o incipit di ipotetici romanzi. Mi guardo attorno e cerco di capire non tanto cosa vorrebbero leggere gli altri, quanto cosa vorrei scrivere io. E incrocio le dita, sperando che un giorno una minima parte di questo materiale accumulato nel tempo possa trovare una forma congrua a diventare qualcosa di più.

Grazie alla distribuzione curata da Messaggerie, “I Durmienti” e “La città morta” sono reperibili in tutte le librerie del territorio italiano e, naturalmente, presso le maggiori piattaforme abilitate alla vendita on line di libri: Feltrinelli, Mondadori, Ibs, Libraccio, Libreria universitaria, Amazon…»

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