La Morale sono io: "Il Grande Chihuahua", la recensione ';
31/12/2017

La Morale sono io: "Il Grande Chihuahua", la recensione

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Di Marta Banditelli

Creativi sommersi

Studente universitario di filosofia, fuori corso, fuori fase, fuori forma. L'agiata borghesia dalla quale proviene è la stessa che detesta, che lo disgusta. Il protagonista de "Il Grande Chihuahua", di Luca Raimondi e Joe Schittino edito da Augh! Edizioni , gruppo editoriale Alter Ego, è esausto, sfiancato dalla mediocrità che lo circonda. La sua esistenza è gentilmente finanziata dai genitori, che di buon grado lo tengono a debita distanza, con coscienza pulita e portafogli alleggerito. Un appartamento per se e la compaagnia del suo cane chihuahua, di nome Grande, qualche selezionato e strampalato amico, e poco altro. Le lezioni universitarie, disertate per lo più, lo vedono presente con sporadiche incursioni sulle studentesse, l'esito delle quali si rivela essere un clamoroso quanto consueto buco nell'acqua. L'unica via d'uscita è l'appagamento dei suoi istinti, l'assecondare le sue ragioni sino ai limiti estremi. E' un serial killer, non perchè deve ma perchè può, e segue l'assenza di logica dell'operato di Dio: il non senso.

Le sue vittime sono casuali, sconnesse fra di loro e prive di legami con lui. La morte è ciò a cui si tende sin dalla nascita: luoghi tempi e circostanze sono assolutamente ininfluenti. Un mese in più, un anno in meno: che differenza può fare?

Tutto fila liscio, tutto scorre. Fino all'incontro con Carmen F. Beretta.

E' una poetessa, a quanto pare anche abbastanza nota, e la incontra proprio alla presentazione del suo ultimo libro.

Non è particolarmente bella, ne particolarmente procace o appariscente. Ha però un peculiare sex appeal, che passa quasi sotto soglia, ma che lo attrae incredibilmente già a partire dalla foto sulla quarta di copertina del libro.

Accade qualcosa di sconcertante, di inaudito per lui durante la loro frequentazione, qualcosa che lui stesso definsce in questi termini:

«La osservavo attentamente. Non solo ho avuto la certezza che lei fosse bellissima, ma ho cominciato ad avere un vago sospetto, cioè che lei avesse una condizione mentale più avanzata della mia. Un sospetto che mi ha fatto tremare le gambe e al tempo stesso mi ha esaltato. Forse avevo ancora qualcosa da imparare, qualcosa di essenziale.» (pg.105)

"Il Grande Chihuahua" è un romanzo color arancia meccanica, intriso di nausea sartriana e cenni filosofici da Abbagnano. E' scorretto, violento, eccessivo, sin troppo, fino a che il lettore non arriva a capirne le ragioni sul finale.

Consigliato? Senz'altro.

Avviso ai naviganti: si consiglia di rileggere le citazioni riportate all'inizio del libro una volta terminatane la lettura.





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