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20/08/2016

Villanova Monteleone per tre giorni capitale del cinema

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Di Vincenzo Di Dino

Editoriale

VILLANOVA MONTELEONE, dal 18 al 20 agosto, per la quarta volta, questo incantevole comune collinare, a due passi da Alghero, ospita il Premio (omonimo) per il miglior documentario italiano.

L’attenzione di registi, produttori, attori, cinefili, e tutto quello che ruota intorno a questo mondo che consente di avere “sguardi d’autore sull’Italia che cambia” è focalizzata in questo Premio. Proiezioni pomeridiane e serali, chiacchierate con i registi, mostre e concerti, eventi collaterali dedicati all’arte: da quattro anni il mese d’agosto coincide con i tanti appuntamenti che ruotano intorno al Premio Villanova Monteleone per il miglior Documentario Italiano.

Un esempio positivo di come il territorio possa sviluppare le proprie potenzialità ed essere attrattivo per un turismo selezionato e culturale.

Il Premio è un prodotto o, se preferite, uno ‘spin off’ di uno dei quattro progetti pilota di marketing territoriale della Regione Sardegna (gli altri tre riguardano Cuglieri, Fertilia-Alghero, San Giovanni-Cabras, quest’ultimo però pur salvando gli interventi strutturali necessari ha perso il cuore del progetto di marketing che era costituito dalla ricostruzione dei ‘falaschi’, gli antichi capanni dei pescatori, che avrebbero potuto dare un ulteriore spinta economica in chiave turistica-culturale a quel territorio).

L’amministrazione comunale, attualmente guidata dal sindaco (di una città senza cinema e fuori dal circuito della distribuzione cinematografica) Quirico Meloni, con l’amministrazione regionale concordarono un progetto di sviluppo che potesse far da volano all’economia del centro destinatario del finanziamento.

La collaborazione col Cineclub Sassari, l’inserimento nel Sardinia Film Festival, il lavoro di tante persone, un plauso particolare al direttore artistico Carlo Dessì, hanno dato un risultato strepitoso che porta Villanova Monteleone ad assurgere a centro culturale di importanza nazionale, con ovvie ricadute sui fruitori locali (residenti e turisti), ma attirando l’attenzione di professionisti qualificati a partecipare al Premio e a rivolgere l’attenzione al piccolo centro famoso per i formaggi, i cavalli, il museo dell’artigianato di sa Domu manna, il centro espositivo su Palatu ‘e sas Iscolas, la spiaggia di Poglina, l’oasi naturalistica del Monte Minerva, il nuraghe Appiu, l’area archeologica di Puttu Codinu il punto panoramico di Sena Tunda e la non meno importante ospitalità dei villanovesi.

Un esempio da seguire, se vogliamo il riscatto della nostra terra, fondato su un’economia sana fatta di agroalimentare e turismo culturale (e non sfruttamento di risorse a fini industriali ed inquinamenti di vario genere).

Sarebbe bello se ogni comune individuasse un proprio progetto di marketing territoriale invece di svendere le poche risorse al primo profittatore prenditore (non imprenditore) scaltro che passa. Riusciremo a risolvere i problemi occupazionali dei nostri giovani (interessante un documentario fuori concorso “88 giorni nelle farm australiane” di Matteo Maffesanti) rilanceremo l’immagine della Sardegna (al momento affidata alle sorti sportive del Cagliari Calcio e della Dinamo Basket Sassari o poco più), eviteremo lo spopolamento che rischia di far chiudere per sempre da qui ai prossimi venti anni alcuni piccoli comuni (ma i restanti dei 377 non stanno meglio).

Chissà cosa avrebbero detto politici ed intellettuali di un tempo, Emilio Lussu per esempio. Non a caso: si avvia a vincere tra gli ottimi documentari finalisti in rassegna (ve lo dice uno che per le prime due edizioni è stato giurato del Premio), per la conferma aspettiamo il parere della giuria tecnica e della giuria giovani sabato 20 nella serata conclusiva, l’ottimo documentario di Marcella Piccinini “La mia casa e i miei coinquilini. Il lungo viaggio di Joyce Lussu” che ci restituisce un ritratto a 360 gradi della moglie di Emilio Lussu. Una donna impegnata, volitiva, di carattere, una figura poliedrica, figlia di padre marchigiano e madre inglese, che avrebbe potuto essere un buon ministro degli esteri europeo (se non ve ne siete accorti, in quel ruolo oggi abbiamo la Mogherini. <Non ridete!> avrebbe detto il mio amico Pino Aprile) raccontata con uno sforzo tecnico, scenografico, ricostruttivo non indifferente per il lavoro di ricerca e di carattere finanziario che questo documentario ha comportato e che meriterebbe altri e numerosi scenari. La figura di Joyce Lussu è viva grazie agli inserti dell’intervista del 1994 di Marco Bellocchio, regista con il quale la Piccinini collaborò e la voce narrante dell’attrice Maya Sansa.

Il titolo riprende il concetto che fu inculcato dai genitori a Joyce Lussu come visione del mondo e di chi lo abita, <la mia casa e i miei coinquilini>, appunto.

Chissà se anche Joyce ed Emilio Lussu avrebbero condiviso questa analisi: un potenziamento dei trasporti e alcune politiche turistiche, oltre ad una oculata gestione dei fondi comunitari e pubblici, allontanerebbe per sempre lo spettro della desertificazione o il disegno di accollare tutte le servitù (militari, energetiche, inquinanti, etc.) alla Sardegna.

Cosa ci manca? Forse solo una classe politica all’altezza: competente e onesta.

 





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